Mi chiamo Elisabetta e insegno Sociologia e Metodologia della Ricerca Sociale presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Nata a Milano a metà anni Sessanta, sono sposata con Alessandro e mamma di due bambini: Maddalena Emma (nata nel 2004) e Andrea Emanuele (nato nel 2006).
Negli anni Novanta ho iniziato la carriera accademica, un percorso professionale alquanto ambito ma molto lungo e che richiede (sia a donne che a uomini) dedizione, impegno, tenacia, sacrificio ed elevatissima mobilità spaziale. Per quel che mi riguarda, ho conseguito il Dottorato di Ricerca in Sociologia e Ricerca Sociale presso l’Università degli Studi di Trento; a ciò hanno fatto seguito diverse borse post-dottorato in Europa ed in Italia, vari professorati a contratto e, finalmente, l’entrata in ruolo in Bicocca nel 2001.
Il mio approccio alla Sociologia è un po’ particolare: da sempre affascinata dal mutamento sociale, dalle dinamicità, dalle trasformazioni, mi occupo di tematiche quali: i processi di costruzione delle identità di genere; la relazione tra genere e mutamento sociale (nuove mascolinità e nuove femminilità, incroci tra genere e orientamento sessuale); nuove forme di maternità e paternità; la dimensione di genere dei percorsi di povertà ed esclusione sociale.
Il lavoro che svolgo è molto impegnativo ma al contempo altamente stimolante ed arricchente.
Inoltre, mi permette abbastanza serenamente di conciliare tra tempi di vita e tempi di lavoro (anche grazie alla costante presenza di mio marito…).
Vorrei chiedere moltissime cose a politica ed istituzioni. Mi limito a segnalarne alcune.
Innanzitutto, tenere in alto, altissimo conto le attività di ricerca svolte dalle Università (e dalle Scienze Sociali in particolare). Senza una seria e costante lettura del mutamento non sarebbero possibili, ad esempio, attività di prevenzione delle sempre più diversificate forme del disagio oppure iniziative legislative lungimiranti. Le Università (così come ogni altra istituzione formativa) sono al contempo laboratori di fondamentale importanza per creare conoscenza e per scambiare saperi tra generi, generazioni, etnie e discipline; al contempo per insegnare alle nuove generazioni ad affrontare con serenità e serietà i molti mutamenti che accompagnano i nostri corsi di vita: tra questi, i cambiamenti di identità e relazioni di genere.
In quest’ottica, le Università dovrebbero proporsi come spazi accoglienti e flessibili nei confronti delle fluttuazioni sociali, e ciò per venire incontro alle esigenze espresse da studenti e studentesse di diverse generazioni, etnie, orientamento sessuale, soprattutto se con figli. Ad esempio, dovrebbe diventare concretamente possibile (al di là delle molte parole spese e delle altrettanto numerose enunciazioni di principio) studiare (e lavorare) in presenza di figli e ciò sia per mamme che per papà. Ogni Ateneo (con il sostegno delle istituzioni competenti) potrebbe pertanto prevedere e organizzare, al proprio interno, spazi riservati ai bambini (penso, ad esempio, a baby parking di elevata qualità che potrebbero essere inseriti in ogni luogo pubblico), così da permettere una vera conciliazione tra tempi vincolati, investimento su di sé e percorsi di riproduzione sociale.







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