Il blog ospita storie di talenti al femminile che raccontano le proprie esperienze tra sogni, aspirazioni e difficoltà quotidiane.

L'iniziativa si inserisce in pieno nello spirito originario di Donne al volante, progetto nato proprio con l'obiettivo di raccontare le donne attraverso le loro esperienze quotidiane che ora, dopo il luogo viaggio attraverso tutta l'Italia, evolve in una piattaforma di confronto in continuo aggiornamento.

Leggete le tante storie e, se volete, raccontate anche la vostra!

Archive for the 'dati e ricerche' Category



Donne artigiane: esperienze a confronto

Solitamente i lavori artigianali vengono accostati agli uomini. Per questo riteniamo interessante riportare i dati di una ricerca condotta in Trentino, intitolata “Quando l’economia è donna”.
La ricerca, lanciata nel corso del Festival dell’Economia in corso di svolgimento nel capoluogo trentino, è disponibile all’indirizzo: www.giornalesentire.it. Dall’indagine emerge un quadro di grande vitalità: donne decise ad affrontare con flessibilità e grinta la crisi dei mercati a suon di idee. Chiedono più occasioni di aggiornamento e confronto. Vorrebbero discutere alla pari con i colleghi maschi e alle volte ci riescono, ma resta un limite: una certa resistenza a fare rete a confrontarsi su materiali e prezzi in un contesto in cui la concorrenza è sempre più spietata. Alla loro sfera affettiva non rinunciano, ma vorrebbero orari diversi perché essere imprenditrici e al tempo stesso occuparsi di buona parte delle faccende familiari è difficile.

La competitività e le scelte politiche

L’ultimo report sulla competitività elaborato dal Forum economico mondiale (Wef) conferma gli Stati Uniti al primo posto nel mondo. Nonostante la crisi sia partita proprio dagli Usa, il paese non ha perso il primato, confermando una straordinaria flessibilità e adattabilità al contesto. Caratteristiche che, come sostiene la stessa ricerca, costituiscono una base solida per cogliere le opportunità della ripresa. Pur in presenza di un costo del lavoro elevato, mantengono elevatissimo il livello di produttività, grazie a una serie di normative che consentono di sprigionare tutte le energie presenti nella società. Così, la competitività è frutto della lungimiranza di politici e parti sociali. Basti pensare che il primo provvedimento del neo-presidente Barack Obama ha riguardato la parità salariale tra uomini e donne.
Un fatto dall’elevato valore simbolico, ma anche la dimostrazione che solo superando le disparità presenti nel mercato del lavoro si può creare un sistema davvero competitivo. Lo stesso non può dirsi dell‘Italia. Nella Legge Comunitaria 2008, il Governo ha varato una delega per il recepimento della Direttiva sulla parità fra uomini e donne sul lavoro assolutamente vuota, senza criteri direttivi, senza scelte e senza una data entro la quale la delega va esercitata. I periodi di crisi dovrebbero essere quelli delle grandi riforme, ma questo evidentemente non vale da noi.

Asilo nido solo per un bambino su sei

Tra i bambini fino a tre anni solo il 14,6% ha la possibilità di accedere all’asilo nido pubblico o convenzionato, praticamente la metà rispetto al 30% richiesto dall’Europa. È il dato principale di una ricerca condotta dal Politecnico di Milano per l’associazione Civicum. Uno studio che consente di approfondire uno dei nodi sui quali più spesso si è soffermato il progetto Donne al Volante: la stretta relazione tra scarsità di strutture per l’infanzia e bassa partecipazione delle donne al mondo del lavoro. Un rapporto ancora più stretto al Sud, dove entrambe gli indici sono a livelli molto bassi.
Uno dei primi dati che balzano all’occhio è la spesa: sono oltre 1.500 gli euro erogati per ogni bambino dai Comuni del Nord contro i 577 spesi nel Mezzogiorno. Quanto al numero di coloro che hanno accesso al nido, il dato più basso si registra a Napoli (2,9%), che fa peggio di Palermo (3,6%). A posizionarsi meglio sono due città del Centro-Nord: Bologna (27,6%) e Firenze (24%).
Tra gli elementi di qualità del servizio rientra il numero di bambini seguiti da ciascun educatore. Se in media ogni 100 posti in asili nido comunali ci sono 22 educatori, il dato oscilla dalla punta massima di Cagliari (oltre 40 per 100 bimbi) al minimo di Campobasso con soli 11 educatori. Potenza, insieme a Napoli, presenta anche i valori peggiori in termini di disponibilità oraria; il nido è aperto solo 7 ore, contro le 10,5 di Milano, Brescia, Firenze, Bolzano e Bologna e le 11 ore di Trento.
Alessia Mosca dal suo blog propone tre misure per superare la cronica mancanza di posti nei nidi e rilanciare l’occupazione femminile: un piano serio per incrementare la dotazione di asili nido pubblici e recuperare così un ritardo cronico rispetto agli altri paesi occidentali; nuove forme contrattuali che non costringano più tante donne ad abbandonare il lavoro in occasione della maternità; incenviti fiscali per le aziende che applicano condizioni e orari di lavoro e facilitazioni per le madri, come asili nido aziendali, aiuti all’entrata e all’uscita dal part time e orari flessibili per l’allattamento.
Lo studio completo è disponibile qui.

Le aziende a guida femminile fanno meglio

Poche donne in Italia occupano posti di comando eppure recenti statistiche rivelano che sono proprio le imprese a guida femminile a ottenere i migliori risultati. E’ la fotografia che emerge analizzando il rapporto che McKinsey ha presentato in occasione del lancio di “Valore D-Donne al vertice per l’azienda di domani”, associazione che vuole impegnarsi nella promozione di politiche di genere aziendali.
Lo studio evidenzia che la rappresentanza femminile in Italia è deficitaria tanto nei ruoli di vertice del settore privato (4%), quanto nelle istituzioni (solo il 18% le ministre). Non solo: nel periodo 2004-2007 l’incidenza delle donne manager è cresciuta di un solo punto percentuale e, in assenza di interventi, la situazione non è destinata a migliorare. Nella Penisola, solo il 6% dei bambini sotto i tre anni può accedere all’asilo nido, contro il 26% della Francia, il 44% della Norvegia e il 40% della Svezia. Così le donne italiane dedicano a casa e famiglia tra il 20 e il 45% di tempo in più rispetto alle colleghe di questi Paesi.
Sul fronte occupazionale, le donne al lavoro si fermano nel nostro paese al 47% del totale, contro il 60% indicato dagli obiettivi di Lisbona. Tra quante lavorano, inoltre, una su quattro ha contratti “a elevata flessibilità” (contro il 13% degli uomini) ed è a rischio di esclusione in una fase di recessione lunga come l’attuale.
Un cambio di rotta, suggeriscono gli autori della ricerca, è necessario non solo per una questione di pari opportunità, anche per motivi economici. Di fatti, le aziende che contano su presenze femminili nei consigli d’amministrazione ottendono risultati migliori sia nell’indice globale dei risultati economici (+10%), sia nel reddito operativo aziendale (+48%).

Quante sono le donne ai vertici? Poche e il loro numero aumenta lentamente

Le donne che si trovano ai vertici delle aziende europee sono poche e il loro numero cresce lentamente. È questo lo scenario descritto dall’ultima ricerca biennale dell’European Professional Women Network – BoardWomen Monitor su dati del 2008 relativi a 340 società tra le più significative di 17 Stati del vecchio continente presi in considerazione. Una situazione che si presenta da subito molto negativa in termini di parità di presenza tra uomini e donne nei posti di comando: su 5.146 top manager, solo 501 sono donne. In termini percentuali ciò significa che le “poltrone rosa” dei tavoli dove si prendono le decisioni più importanti, sono il 9.7%. Certo una situazione migliore di quella descritta dai due precedenti rilevamenti del 2006 (si arrivava allora all’8,5%) e del 2004 (8%), ma che testimonia un incremento molto lento.
Cresce il numero di aziende dove nelle posizioni più alte si trova almeno una donna: nel 2008 hanno raggiunto il 72% (erano il 62% nel 2004 e il 67,8% nel 2006). Comunque ancora una compagnia su quattro di quelle raggiunte dalla ricerca, presenta vertici tutti al maschile.
Le nazioni più virtuose restano ancora i paesi scandinavi: dei top manager sono donna in Norvegia il 44% (il 28% nel 2006), in Svezia il 26,9% (22,8% nel 2006) e in Finlandia il 25,7% (erano il 20% nella rilevazione precedente); segnale “che questi Paesi - si legge nella ricerca - si sono chiaramente mossi dalla concessione puramente formale di parità tra uomini e donne e sono convinti dell’impatto positivo che la varietà di genere porta con sé”.

Come si comporta l’Italia in questo quadro europeo? Male, molto male. La media di “femminilizzazione” dei vertici aziendali nel 2008 si attesta ben al di sotto della media europea. Sono donne solo il 2,1% dei top manager (erano l’1,9% nel 2006). Media questa che porta il bel paese a occupare il 16esimo posto sui 17 Stati censiti - posizione peggiore anche rispetto alle due precedenti rilevazioni: eravamo il 15esimo Paese nel 2006 e il 13esimo due anni prima. Oggi è peggio di noi solo il Portogallo. La situazione italiana è così negativa tanto che il resoconto del WomenBoard Monitor afferma: “Particolarmente preoccupante è la mancanza di un progresso in Italia: nelle migliori 23 compagnie considerate in questa ricerca, con un totale di 375 posti di vertice, solo 8 donne prendono parte ai processi decisionali ai livelli più alti”.
Sono meglio di noi e ci precedono in questa particolare classifica - ma con crescite più significative - Grecia (al 15esimo posto, con una percentuale del 6% di top manager donne), Spagna (14esimo posto con il 6,6%*) e Svizzera (al 13esimo posto).

* bisogna segnalare che in Spagna si stanno attuando nuove politiche che dovrebbero portare a un ulteriore cambiamento in positivo nei prossimi anni.

Fare impresa è un’impresa senza pari condizioni di accesso

Saranno le donne a tirarci fuori dalla crisi? La domanda può apparire stucchevole o vetero-femminista, ma solo a prima vista.
I dati diffusi nelle scorse settimane da Unioncamere ci dicono che nel 2008, un anno nero per l’economia come non si vedeva da tempo, il numero di imprese a guida femminile è cresciuto di 3.200 unità, andando a ingrossare la schiera di imprenditrici che ormai ammonta a un milione e 400mila persone su un totale di 6 milioni di imprenditori censiti nel nostro paese. Ciò che stupisce forse di più è la crescita significativa di iniziative femminili nei comparti storicamente ad appannaggio quasi esclusivo della componente maschile: +8,5% quello delle costruzioni e +6,8% le attività immobiliari, che comprende anche il noleggio, l’informatica e la ricerca. Un altro studio della stessa Unioncamere rileva una maggiore capacità di tenuta delle imprese a guida femminili nel settore delle piccole e medie imprese, che rappresentano la stragrande maggioranza delle imprese italiane. Se lo scorso anno le poltrone dei piccoli imprenditori individuali si sono ridotte complessivamente dello 0,91%, quelle occupate da donne hanno infatti limitato le perdite allo 0,84%, mentre quelle dei concorrenti uomini hanno ceduto lo 0,94%. Eppure le donne che vogliono accedere al credito per avviare una propria attività d’impresa o per sostenerne lo sviluppo si trovano in una situazione di svantaggio. In uno studio intitolato “Do Women Pay More for Credit? Evidence from Italy” un gruppo di economisti capitanato da Albeto Alesina ha rilevato differenze non di poco conto: la stessa banca richiede alla donna imprenditrice un tasso dello 0,3% più elevato rispetto all’imprenditore maschio e il differenziale cresce in caso di presenza di un garante: il prestito è più caro dello 0,6% se il ruolo è svolto da una donna. Dati che lasciano poco spazio alle interpretazioni: senza il superamento dei retaggi culturali, che dominano la scena politica, sociale e anche economica, non potremo sperare di rilanciare l’Italia e la sua economia.

Donne e scienza: anche nella ricerca predominano gli uomini

A fine marzo nella cornice di villa Gallarati Scotti di Oreno, frazione di Vimercate, in quella zona della Brianza dove hanno sede molte aziende che si occupano di nuove tecnologie, per un interno pomeriggio si è parlato di donne e scienza. Il primo intervento proposto è stato lo studio presentato da Simona Palermo del Parco Tecnologico Padano.
Nell’intervento della ricercatrice è emerso da subito come, a differenza di quanto sarebbe facile immaginare, in Italia sono molte le donne che scelgono percorsi di studio scientifici, il 57% per l’esattezza, percentuale che raggiunge e supera sia la media europea, attestata al 56%, che quella mondiale, 50%. Quando si passa a verificare quali sono le facoltà preferite dalle studentesse si scopre che esistono grandi disparità: se infatti sono le donne a rappresentare la maggioranza degli iscritti a Medicina e Farmacia, ancora persistono realtà prettamente maschili (lampanti i casi di Informatica o Ingegneria industriale).
La presentaione della Palermo rivela poi che la presenza generalmente piuttosto paritaria tra maschi e femmine all’inizio degli studi universitati, precipita a discapito delle ricercatrici/studiose man mano che si procede lungo gli anni di preparazione. I dati statistici raccolti che illustrano la situazione del 2008 mostrano infatti come sul totale dei laureati in discipline scientifiche solo il 32,4% è donna (con un picco negativo per Ingegneria dove le laureate scendono a poco più del 20%), percentuale fortemente negativa paragonata ai dati sulle laureate in materie umanistiche o orientate all’insegnamento (in questi casi si supera il 90%).
Se già tra il momento dell’iscrizione agli studi scientifici e quello della laurea si verifica un calo tanto significativo, peggiore è la situazione relativa ai dottorati di ricerca. Ancora una volta il settore dove si trovano meno donne è quello dell’Ingegneria: le laureate/dottorate in questo settore non arrivano al 30% - comunque in linea con le percentuali europee. Tornando a fare un paragone con ambiti più “femminili” le studentese che ottengono titoli di studio superiori in Scienze Umane e discipline artistiche sono l’81% e il 64% in Medicina e Farmacia.
Passando oltre gli anni degli studi e considerando i dati relativi alla presenza delle donne impiegate in ambito scientifico, le percentuali registrate nel 2008 indicano che le ricercatrici/dottorate nel settore privato sono il 23,1%, percentuale di poco inferiore alla media europea, ma decisamente bassa a confronto con gli Stati del continente più virtuosi in questo senso e cioè Romania e Bulgaria (con percentuali di oltre il 49% delle occupate), Lettonia e Svezia (entambe attorno al 44%).
La nota forse più negativa che riguarda l’Italia è però il dato relativo alla differenza dei salari uomo-donna, diffusa in tutti i settori lavorativi e presente anche nell’ambito della ricerca: stando ai dati Eurostat pubblicati il giorno della donna 2009, si arriva a un gap che supera il 33%.

Per avere un quadro più completo della situazione occupazionale femminile nei settori scientifici in Italia e nel mondo, tutti i dati si trovano raccolti e dettagliati nella presentazione di Simona Palermo (consultabile anche qui) che riportiamo qui sotto.