Il blog ospita storie di talenti al femminile che raccontano le proprie esperienze tra sogni, aspirazioni e difficoltà quotidiane.

L'iniziativa si inserisce in pieno nello spirito originario di Donne al volante, progetto nato proprio con l'obiettivo di raccontare le donne attraverso le loro esperienze quotidiane che ora, dopo il luogo viaggio attraverso tutta l'Italia, evolve in una piattaforma di confronto in continuo aggiornamento.

Leggete le tante storie e, se volete, raccontate anche la vostra!

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Mamme (donne) e lavoro: è il momento delle responsabilità

Oltre alle sacrosante richieste di sostegno alla maternità, oltre al desiderio di mantenere il proprio posto di lavoro e/o di fare carriera, la questione della scelta delle donne tra lavorare, poter occupare - per meriti! - posizoni decisionali o fare figli inizia a essere posta anche instillando il dubbio: “siamo pronte per il cambiamento“? Se lo chiede il blog di Donna moderna, mammelavoro.it, ed sono inoltre le tematiche centrali del convegno tenutosi proprio oggi a Roma organizzato da “Idee”, associazione donne del Credito cooperativo, dove si è parlato soprattutto di leadership al femminile.
Siamo davvero di fronte a una reale presa di coscienza che non si tratta più di una semplice rivendicazione sociale, ma di una cultura da sradicare che non solo sminuisce la donna e le sue potenzialità, ma pare addirittura essere in certo modo responsabile (se abbattuta) di costituire la differenza tra lo sprofondare nella crisi di questi anni o riprendersi per tornare ad essere un paese competitivo?
Se in Italia da una parte esiste l’oggettiva mancanza di spazio per molte professiniste in rosa che arrivate a un certo livello di carriera sono bloccate alla loro posizione da un tetto di cristallo che inibisce la loro ascesa a posizioni di leadership, dall’altra è vero anche che le condizioni per quelle donne che vorrebbero lavorare (soprattutto dopo aver fatto magari un figlio) non ci sono, a patto di non scendere a compromessi tra cui spesso quello di dover rinunciare per una carriera comunque incerta e in pochi casi davvero fino al vertice, con una grave perdita in termini economici e di forza lavoro - in molti casi altamente preparato e con un livello di istruzione alto. I compromessi a cui sono costrette le donne del terzo millennio possono quindi facilmente comprendere la scelta di non fare figli o, all’opposto, di accontentarsi di mansioni al di sotto delle propria preparazione e istruzione, retribuzioni e posizioni più basse nello stesso ambito di lavoro o addirittura ad abbandonare del tutto il proprio impiego. Spesso queste già difficili scelte vengono accompagnate anche dallo schiaffo morale di vedere colleghi maschi (a volte meno preparati o con meno esperienza) che proseguono nella loro ascesa verso posti di rilievo, indifferentemente se single, sposati, o padri di uno o più figli.

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“Meglio scommettere sul fattore D”, le donne sono il vero potenziale di innovazione

È apparso oggi sul Corriere della Sera un commento di Dario Di Vico in merito alla fotografia fatta del Censis sul nostro paese che appare disilluso e privo di nuove energie.
Ci pareva interessante riportarlo, visto che nelle parole del giornalista si mette l’accento sulle donne come motore e elemento di potenziale ripresa italiana sotto diversi aspetti.

Un Po’ Delusi e Apatici senza Voglia di Sognare

Meglio scommettere sul fattore D: le donne italiane hanno un potenziale di aspirazioni quasi del tutto integro
Corriere della Sera, 4 dicembre 2010
Di Dario Di Vico

Ci sono dei momenti nei quali anche una sociologia di ricognizione alla De Rita è costretta ad abbassare il suo punto di pescaggio. Ci sono delle fasi in cui persino una tradizione come quella del Censis, capace nel recente passato di leggere ciò che gli altri non vedevano, deve scendere più in profondità. È questa la chiave metodologica per apprezzare il 44° Rapporto sulla situazione sociale del Paese e il suo viaggio dentro la psicologia collettiva degli italiani. Anche il lessico, decisivo nei successi del format del Rapporto, segue questo sforzo e le espressioni più significative diventano «sostanza umana», «pulsioni», «inconscio individuale» fino a «caduta del desiderio». Va da sé che desiderio in un contesto sociologico vale per ambizione, volontà, capacità di reagire, motivazione. Sostiene infatti De Rita: «Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita». Non siamo dunque malati di solo e alto debito pubblico, ci sono nella realtà italiana sensazioni di fragilità sia personali sia di massa che fanno pensare a «una perdita di consistenza del sistema». E se lo dice il Censis, che ha sempre puntato a valorizzare il vitalismo della società, la cosa preoccupa doppiamente.
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Il World Economic Forum pubblica “The Global Gender Gap Report 2010″

È stato pubblicato ieri il quinto Global Gender Gap, report annuale del Word Economic Forum sulla situazione della partià tra uomo e donna nei diversi stati del mondo. La ricerca di quest’anno ha centiso 134 paesi considerando “come vengono distribuite risorse e opportunità - secondo quanto è spiegato dallo stesso WEF - tra la popolazione maschile e femminile (a prescindere dal livello generale di queste risorse). Il report misura la dimensione delle disparità di genere suddividendole in quattro aree” che vanno dalla partecipazione economica, ai successi scolastici (sia in termini di risultati che di accesso dall’istruzione di base all’educazione superiore), alla partecipazione politica, anche valutando la presenza di donne nei luoghi decisionali, a considerazioni sulle aspettative di vita.


Come era facile immaginare, sono ancora i paesi nordici a fare da capofila: al primo posto l’Islanda, seguita da Norvegia, Finlandia e Svezia. Fanalini di coda il Mali (131esimo posto), il Pakistan, il Chad e, ultimo, lo Yemen.
Delle nazioni europee occupano i posti più alti della speciale classifica l’Irlanda (6a), la Svizzera (al 10° posto), la Spagna (11esimo) e la Germania (13esimo). E seppure in posizioni più basse nell’elenco, è importante segnalare il Lussemburgo (26esimo) e la Grecia (58esimo), tra gli stati che dallo scorso anno hanno registrato i miglioramenti più significativi nel ridurre la differenza di genere (nel 2009 occupavamo rispettivamente, la 63esima e l’83esima posizione).
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Ricatti sessuali al lavoro: una realtà sottostimata

Il tema balza agli onori della cronaca solo in presenza di episodi eclatanti, ma in realtà è molto diffuso sottotraccia. Secondo l’ultimo rapporto Istat, le donne che hanno subito nella loro carriera pressioni sessuali sono 842mila: al 5,9% è accaduto sul posto di lavoro, all’1,7% quando dovevano essere assunte, all’1,7% quando si è presentata la necessità di mantenere il posto o fare un passo avanti nella carriera professionale. In tutto, le donne alle quali è stata chiesta una “disponibilità sessuale” al momento della ricerca del lavoro sono quasi mezzo milione, pari al 3,4%.
Negli ultimi tre anni, secondo i dati raccolti dall’Istat, sono state 227 mila (l’1,6%) le donne che hanno subìto ricatti sessuali; all’1% è stata richiesta la disponibilità sessuale al momento dell’assunzione (per un totale di 140 mila donne), lo 0,4% è stato ricattato per essere assunto (per un totale di 61 mila donne) e lo 0,5% per mantenere il posto di lavoro o avanzare di carriera (per un totale di 65 mila donne).

La carriera delle donne si ferma a 36 anni

Dal blog di Alessia Mosca

Nei giorni scorsi i media hanno parlato dell’ultima ricerca targata Bocconi sul tema del diversity management. I dati sono sconfortanti: la maggor parte delle donne resce a fare carriera solo fino a 36 anni, quando cioè ha un figlio. Da quel momento in poi o lascia il lavoro o è costretta a accontentarsi della posizione fin lì raggiunta. È chiaro che fino a quando non si deciderà di affrontare questa questione come una vera emergenza nazionale, con misure ad hoc, il quadro resterà immutato.
Intanto mi fa piacere leggere che il Costarica ha eletto il primo presidente donna della sua storia: si tratta della politologa Laura Chichilla, che ha subito indicato tra le sue priorità “la parità di trattamenotra uomini e donne nei luoghi di lavoro”. Un buon viatico, che potrebbe produrre effetti positivi anche in altri paesi.

Donne e recessione: analisti divisi su analisi e risultati

Negli ultimi mesi si sono sprecate le analisi sull’impatto diversificato che la recessione sta avendo tra i generi. A voler credere a Cherie Blair, la crisi dovrebbe essere un’occasione per appianare le differenze, visto che l’ex first lady britannica ha dichiarato: “Quando le cose si mettono male la gente è più pronta a correre il rischio e a dare un’opportunità ad una donna”. L’idea alla base del suo ragionamento è che, liberandosi posti ai vertici, è più facile che oggi una donna-manager riesca ad aprirsi un varco in posizioni un tempo esclusivamente maschili. I risultati delle ricerche più recenti su questo fronte offrono un quadro diversificato: il New York Times nelle scorse settimane ha dedicato un servizio al fenomeno delle donne che tornano al lavoro: molte signore, che avevano abbandonato il lavoro durante la crescita degli anni Novanta per occuparsi della famiglia, si stanno riaffacciando sul mercato per compensare la perdita del posto dei mariti. Fin qui l’analisi sulle donne appartenenti a famiglie benestanti o ex-tali. Ma le cose non cambiano a livello generale. Secondo il ministero del Lavoro americano, il 49,8% dei 132 milioni di posti di lavoro negli States è ricoperto da donne. L’80% dei posti di lavoro persi negli ultimi due anni ha riguardato gli uomini. Un dato simile (78%) a quello registrato in Gran Bretagna.
Resta un dubbio: che la maggiore disponibilità a licenziare uomini in una fase di recessione sia dovuta principalmente ai loro stipendi più contenuti in Europa - il gap di salario tra i due sessi è del 17%. A quel punto, per le donne il trend in atto sarebbe una magra consolazione.
Infine uno sguardo all’Italia: Unioncamere rileva una maggiore tenuta dei contratti part-time rispetto a quelli a tempo pieno e una prevalenza delle donne tra i lavoratori con questa formula. Anche in questo caso si tratta di un dato che si presta a una duplice lettura: da un lato può indicare una maggiore disponibilità delle imprese ad accettare uno strumento di conciliazione tra lavoro ed esigenze di vita familiare; dall’altro una strada per conseguire risparmi sul costo del lavoro.
I prossimi mesi diranno qual è l’orientamento prevalente.

L’istruzione carta fondamentale per affermare i diritti

Nei giorni scorsi l’Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro) ha presentato un rapporto dal titolo “Give girls a chance: tackling child labour, a key to the future”, che è possibile consultare qui. Nello studio viene rilevata la correlazione tra accesso alla formazione e rispetto dei diritti. Su 75 milioni di bambini non ancora iscritti alla scuola primaria, il 55% è femmina. E l’accesso all’educazione è più basso anche per quanto riguarda la scuola secondaria (-4%). La crisi economica mondiale potrebbe peggiorare la situazione: meno rimesse nei paesi d’origine da parte degli immigrati, tagli governativi ai budget degli Stati, riduzione degli aiuti internazionali ai Paesi in via di sviluppo possono significare più povertà e quindi meno istruzione.