Il blog ospita storie di talenti al femminile che raccontano le proprie esperienze tra sogni, aspirazioni e difficoltà quotidiane.

L'iniziativa si inserisce in pieno nello spirito originario di Donne al volante, progetto nato proprio con l'obiettivo di raccontare le donne attraverso le loro esperienze quotidiane che ora, dopo il luogo viaggio attraverso tutta l'Italia, evolve in una piattaforma di confronto in continuo aggiornamento.

Leggete le tante storie e, se volete, raccontate anche la vostra!

Archive for Gennaio, 2011

Nathalie. “Ciò che mi accade è ciò che sono”*

“Ciò che mi accade e ciò che sono”*, un assunto nel quale mi riconosco totalmente.
Vivo gli eventi della vita in funzione di quel che sono ossia della mia storia evolutiva.

Nata in Francia, normanna di origine, arrivo per la prima volta in Italia oltre 20 anni fa per amore.
Mi fermo ad Eboli, come Cristo… in quel viaggio al principio del tempo, Cristo si è fermato a Eboli, ove Carlo Levi racconta la scoperta di una diversa civiltà. Identifico quella inconsueta civiltà con l’inizio di un viaggio che mi porta negli anni in un altro mondo, il “mio mondo”.

Sono figlia, donna, madre e professionista impegnata ed appassionata.

Di formazione universitaria in marketing, specializzata in ricerca di mercato, conseguita in Francia, inizio il mio percorso professionale in Italia con la nuova imprenditorialità giovanile del Sud, entrando come socio in una software house insieme all’uomo che ben presto diventa mio marito; una palestra di vita aziendale intensissima ma anche la morte lenta di un amore.

Da qui la scoperta del “mondo impresa” nel Mezzogiorno, un percorso davvero interessante, ricchissimo e per molti versi veramente sconvolgente. Fare impresa nel Sud richiede alcune capacità forti: creatività, adattabilità, perseveranza, non solo per essere competitivi sul mercato (qualsiasi sia il tuo mercato) ma soprattutto e semplicemente per esistere. Ogni banale operazione con il pubblico e con i servizi è un’avventura a sé stante e richiede tanta energia.
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Emanuela. La voglia e la necessità di diventare grandi troppo presto

Ciao. Sono Emannuela, ho quasi 37 anni. Gestisco da qualche anno un piccolo ristorante che, nonostante la crisi, sopravvive e anzi, io dico che vive di una sua piccola luce. Ho un bambino di ormai quasi 9 anni che mi da soddisfazioni continue - ma quale mamma non lo direbbe della sua creatura?

Dopo qualche anno di “attesa”, da un anno circa mi sono sposata con il papà del mio Claudio, un cerimonia tra amici soprattutto per dare una veste più ufficiale al nostro travagliato rapporto.
Gli ultimi sono stati per me anni più facili se considero tutto quello che ho passato prima, la solitudine dell’essere abbandonata da mio padre e di crescere con una madre poco più che adolescente incapace di gestire se stessa e ancora meno me.
La mia salvezza è stata la nonna paterna. Una donna dai saldi principi e dal carattere duro. Sconvolta dalla partenza di mio padre per “un lavoro più sicuro” - aveva detto lui - e poi dalla fragilità estrema di mia madre, ha preso lei le redini della mia vita piena di vuoti, senza nascondermi le difficoltà della mia situazione. A lei devo tantissimo soprattutto la forza interiore e il coraggio di farcela con le mie gambe.

Ho studiato il sufficiente, affascinata dal mondo dei grandi già prima ancora di capire esattamente di cosa si trattasse in verità. Durante i primi mesi del primo lavoro che avevo trovato ho incontrato il “mio uomo”, il compagno che è piano piano diventato la figura maschile più importante della mia vita (oggi è più difficile dire chi di più tra lui e Claudio :)). Scegliere di convivere con una persona troppo presto può essere difficile e una scelta sbagliata per certi versi. A me è andata bene, anche se è stata molto dura, un periodo di tensioni, a volte bugie, altre volte grande amore. Io credo di aver sopportato e superato tutto anche perché sono stata capace di tirare fuori tutta la forza che mi hanno lasciato le esperienze di vita e che mi ha trasmesso quella nonna (che ha 92 anni da una settimana!) e perché la vita è fatta di compromessi e di smussature: vivere con un’altra persona vuol dire anche smorzare i propri difetti. Claudio è stata poi un altro bellissimo evento che mi ha incoraggiato ad andare avanti con ancora più voglia di farcela: a quel punto gli scontri con suo padre erano più una lotta per lui, per noi due, per tutti e tre.
Considero una grande conquista la possibilità di trovare un lavoro che sento molto adatto a me, mi fa stare in mezzo alla gente e mi permette di avere la mia indipendenza. È un lavoro impegnativo, con orari scombinati e con poche domeniche libere. A volte vorrei avere più tempo, più soldi, più libertà…bhe, chi non vorrebbe tutto questo?
Tra i tanti sogni soprattutto mi piacerebbe un giorno potermi rimettere a studiare, addirittura laurearmi (le materie che mi piacciono sono tantissime! Avrei l’imbarazzo della scelta!), chissà magari insieme a mio figlio. È un sogno e sognare è gratis.

Vorrei che i politici prendessero più a cuore il tema della parità tra uomo e donna sia per la capacità che abbiamo noi donne di fare le stesse cose degli uomini sia perché siamo anche noi a sacrificare le domeniche per lavorare, a chiudere le serrande di notte quando in giro non c’è più nessuno.

Link, 27 gennaio 2011

Congedo di paternità obbligatorio: le diverse scelte dei paesi europei, di Carlotta Addante, Woman Journal, 25/01/2011

I primi due anni i più duri per le mamme che lavorano, di Anna Zavaritt, La revolution en rose (blog de Il Sole 24 Ore), 25/01/2011

Rapporto annuale degli indicatori demografici ISTAT, ISTAT (Istituto nazionale di statistica), 24/01/2011

Female Participation at the Decision Making Level Makes Good Business Sense, di Talal Al Zain, World Economic Forum - Forumblog.org, 22/01/2011

(NON)PERSISTENT EFFECTS OF FERTILITY ON FEMALE LABOUR SUPPLY [Effetti (non) persistenti della fecondità sull'offerta di lavoro femminile], Sintesi della ricerca della Banca d’Italia su mamme e lavoro, dicembre 2011

Chiara. “Ricorda: hai un valore intrinseco”

Sono Chiara e ho 35 anni.
Un giorno Cettina, la mamma di una mia carissima amica, mi disse: “Ricordati, qualunque cosa ti accada, che tu hai un valore intrinseco”.
Questo consiglio non mi ha mai abbandonato, soprattutto nella fase in cui lottavo - innanzitutto con me stessa - per non arrendermi all’idea di non essere abbastanza capace o che studiare non era servito a niente. Anni in cui, nonostante una laurea in Giurisprudenza con 110/110, preceduta da una maturità classica con 60/60, vivevo nel precariato e non vedevo innanzi a me il futuro. Invece nel 2004, vincendo un concorso pubblico, ho intrapreso la carriera direttiva in PA (in un Comune), occupandomi per alcuni anni di Attività Produttive e per altri di Affari Legali e Contratti. Grazie all’investimento del mio Ente sulla formazione, ho conseguito il Corso di perfezionamento SDA Bocconi per dirigere l’Ente Locale. Attualmente sono responsabile di servizio in una Camera di Commercio e mi occupo di atti amministrativi, gestione documentale, e-government e aspetti giuridico-legislativi.
Amo il mio lavoro e sento la responsabilità di potere migliorare la vita di altre persone. Noi funzionari pubblici, con i nostri comportamenti quotidiani, possiamo davvero innovare, semplificare e rendere più trasparente il nostro Paese, diffondere la cultura della qualità e del talento. Credo che su questo punto l’essere donna possa fare la differenza. Nel dover conciliare vita e lavoro, viviamo concretamente sulla nostra pelle le conseguenze dell’immobilismo e della conservazione. Credo che oggi possiamo essere motori di cambiamento. Abbiamo idee troppo a lungo inespresse e con il nostro peculiare pragmatismo possiamo realizzarle. Stiamo imparando a lavorare insieme, a instaurare tra noi rapporti di collaborazione e a mettere in rete la nostra capacità organizzativa.
Dobbiamo però non avere paura delle parole: spesso sento dire a delle amiche e colleghe validissime: “a me la carriera non interessa”.
Ma perché? Francamente a me la carriera interessa. Ho raggiunto questa consapevolezza anche grazie a mio marito che mi ha insegnato che l’ambizione di voler fare del proprio è voler bene al proprio Paese. Vorrei avere l’opportunità di mettere pienamente in campo le conoscenze, le esperienze e le competenze accumulate.
Alla politica chiedo innanzitutto di agire dal punto di vista culturale, contrastando la mortificazione del corpo delle donne: è da qui che parte la discriminazione nella rappresentanza. E poi di puntare efficacemente su politiche di conciliazione, quote rosa (farmaco necessario!) e forti politiche di welfare.

Loredana. Riconvertirsi e ripartire da zero

Sono una modenese, vivo a Cagliari e da poco ha compiuto 50 anni e confesso che questo mi fa un certo effetto, 50 anni mi sembrano davvero tanti. Sono divorziata, ho due figlie splendide di 17 e 18 anni, convivo con un nuovo compagno dal 2003 e da allora la mia vita si esplicita “stabilmente” tra Cagliari e Modena.
Mi sono diplomata a Modena nel 1979 dove ho sempre lavorato e studiato. Ho frequentato Scienze Politiche a Bologna e dagli anni ‘80 mi sono interessata soprattutto di informatica. Allora l’informatica era un campo emergente ed effettivamente un po’ complicato e probabilmente per questo motivo, come capita per l’argomento automobile, era ed è ancora un campo appannaggio quasi esclusivo del sesso maschile.
Credo di essere stata una delle prime donne ad utilizzare il computer sul lavoro, era il 1985 quando cominciai a lavorare sul Machintosh Apple. Frequentai diversi corsi al Centro di Calcolo dell’Università di Modena e nel giro di poco tempo insegnavo informatica ai corsi di formazione organizzati dall’azienda del grande gruppo SNIA. Ricordo che vinsi anche un premio a livello nazionale, per un progetto di ristrutturazione informatica del mio reparto. Successivamente entrai a lavorare nel mondo della grande distribuzione in un’azienda del gruppo Conad come funzionario responsabile dell’area personal computer e mi specializzai ulteriormente con un master alla Bocconi sulla gestione, in un’ottica aziendale del personal computer.
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Giorgia. Quel senso di impotenza che ti toglie il fiato

Mi chiamo Giorgia, ho 27 anni e sono un architetto.
Ho portato avanti brillantemente i miei studi con diligenza, serietà e passione; lavoro da qualche anno in uno studio di giovani professionisti che con determinazione e spirito di sacrificio tentano di non lasciarsi divorare da questa crisi feroce che sembra mietere vittime ovunque.
Faccio corsi di aggiornamento, adoro studiare e ritengo doveroso tenersi aggiornati e sempre pronti nel proprio lavoro, collaboro con l’Università (esperienza estremamente gratificante) anche se solo da un punto di vista morale, partecipo a numerosi concorsi perché mi diverte e perché ho la possibilità di dimostrare a me stessa quello che davvero valgo, senza l’aiuto di nessuno.

La mia è una professione difficile, prettamente maschile e di conseguenza ottenere credibilità e rispetto richiede tempo, caparbietà e grinta; ho perso ormai il conto di tutte le volte che in cantiere si siano rivolti a me come “Dottoressa”, “Signorina”, “Ragazza” ma mai e dico mai come Architetto, se non dopo un mio doveroso richiamo.

Mi sento un vulcano di energia, ho tanta voglia di fare mi piacerebbe dedicarmi ad attività dalle quali trarre un piccolo riscontro economico ma sembra che tutt’attorno aleggi indifferenza; inutile sottolineare come per noi giovani al momento sia impossibile auspicare ad una casa propria e ad una propria indipendenza economica.
Ci sono giorni in cui il senso di impotenza mi toglie il fiato, ci sono giorni in cui pensare al futuro mi mette una paura terribile, ci sono giorni in cui mi chiedo che ne sarà di me e per quanto ancora potrò appellarmi al sacro fuoco della passione, quello che mi ha spinto ad intraprendere questa vita e quello che mi permette di affrontare le numerose avversità che questa ci presenta.

Che razza di realtà è quella in cui viviamo? Quella che premia superficialità e spregiudicatezza a fronte di miliardi di ragazzi, studenti e giovani professionisti che tanto hanno dato e tanto saprebbero dare a questo paese?
Con quale diritto veniamo definiti “bamboccioni”, proprio da coloro che dovrebbero darci gli strumenti per vivere con dignità.
Perché nessuno valorizza i giovani, non li gratifica, non li fa sentire importanti, non li premia se si mostrano meritevoli?
Questo è l’appello che rivolgo a chi ci governa: ”Non dimenticatevi di noi, questa società ha bisogno di nuovi contributi, avete per le mani una grande ricchezza ma dovete imparare a valorizzarla altrimenti fuggirà”.

Valentina. Quando essere solo “brave” non basta…

Sono Valentina e ho 24 anni, fra qualche mese discuterò la tesi di laurea specialistica in Filosofia e poi vorrei tentare la carriera universitaria. Peccato che sia solo brava, brillante e determinata (questo a detta di alcuni professori universitari incontrati durante gli studi a Milano, Liegi e Torino); sicuramente doti importanti ma non fondamentali, perché per avere una qualche possibilità è necessario che un professore – cioè il tuo relatore – sieda in Commissione d’esame dei dottorati e appoggi il tuo lavoro, quindi essere solo bravi non è sufficiente!
E allora che fare? Per parte mia continuo a lavorare, studiare, sperare senza farmi troppe illusioni e a prendere sempre più in considerazione l’ipotesi di trasferirmi all’estero. I miei coinquilini invece hanno deciso di protestare contro la Riforma Gelmini, solo saliti sul tetto dell’Università e sono stati trattati come criminali.
D’altronde cosa aspettarsi dalla “generazione a futuro zero”? Come se il solo fatto di ammettere che non abbiamo prospettive metta al riparo chiunque è corresponsabile di questa situazione da critiche e giudizi.
Di conseguenza se scendiamo in piazza è perché siamo “strumentalizzati”, se non facciamo nulla siamo dei bamboccioni, senza ideali e valori.
Vorrei tanto che si superassero le etichette e i pregiudizi, preferirei assistere a confronti costruttivi, basati sulla parola pacata e l’ascolto piuttosto che sugli insulti e gli attacchi verbali. Come possiamo considerarci un Paese civile se la violenza e la tracotanza sono presenti in ogni momento e in ogni luogo della nostra vita. Come possiamo sperare di trovare dei punti di accordo e contatto se consideriamo l’altro come il nemico da annientare…