Il blog ospita storie di talenti al femminile che raccontano le proprie esperienze tra sogni, aspirazioni e difficoltà quotidiane.

L'iniziativa si inserisce in pieno nello spirito originario di Donne al volante, progetto nato proprio con l'obiettivo di raccontare le donne attraverso le loro esperienze quotidiane che ora, dopo il luogo viaggio attraverso tutta l'Italia, evolve in una piattaforma di confronto in continuo aggiornamento.

Leggete le tante storie e, se volete, raccontate anche la vostra!

Archive for Dicembre, 2010

Buone feste, arrivederci a gennaio

Maria. Resistere per dare la sensazione di saper gestire le difficoltà

Mi chiamo Maria, ho 39, due figli piccoli e tra poco potrei essere disoccupata. Da quasi 15 anni lavoro come impiegata in diverse aziende della zona. Gli ultimi 7 nello stesso posto dove, credevo, di essermi fatta conoscere e rispettare per l’onestà e l’impegno profuso in quello che faccio. Invece non è stato proprio così. O almeno eventi recenti mi hanno fatto ripensare alla indiscussa stima che riponevo nelle persone per cui lavoro.
Sono diventata madre della prima bambina piuttosto tardi (avevo già quasi 35 anni) e poi a poca distanza ecco arrivare il secondo figlio. Tutto abbastanza bene soprattutto quando ho annunciato che…aspettavo (dopo così tanti anni di matrimonio e dopo averlo cercato per tanto). Siamo solo tre donne in tutta l’azienda e io sono la più giovane, per cui è stata una gioia anche per le altre (già madri da tempo) e allo stesso modo per i colleghi uomini. Gravidanza normale e di nuovo tanta gioia per la nascita.
Contemporaneamente però sono iniziati segnali di tensione con i capi. Qualche screzio di troppo durante le mie occasionali visite sul posto di lavoro per consegnare documenti o per andare a trovare i colleghi con la piccola e ancora di più quando ho ripreso il lavoro i primi mesi dopo il parto.
Al momento mi dicevo che sicuramente era una questione di tensioni per problemi di lavoro.
Ma in realtà c’era già qualcosa di più profondo che covava.
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Maria Antoinetta. Solo la proiezione dell’idea che l’uomo ha della donna?

La bambina che sgobba fedele
alla scrivania di quercia
è diventata la donna con una missione:
non di vincere premi
ma di cambiare le leggi della storia.
Come le sia venuta questa missione
non è chiaro, né come i confini della perfezione
siano esplosi, lasciandole lo zigomo grigio di fumo,
una ciocca di capelli bruciacchiata,
la gonna schizzata di terra.
Diciamo solamente che afferrata
da un’aria blu, straniera, s’è trovata in un deserto,
che lo ha valicato
sospinta dalle radici della sua necessità.
Adrienne Rich, 1985

Era l’inverno del 1985 quando mi imbattei in Adrienne Rich, nelle sue poesie e nei suoi saggi e sentii esplodere qualcosa di assopito dentro di me, come se mi risvegliassi ad un richiamo antico. Stringevo il libro forte sul petto e mi dicevo: non è possibile! Si rivolge a me, parla di me, mi ricorda la mia missione. Come ho potuto dimenticarla?

Mi chiamo Maria Antonietta Pappalardo Sono stata insegnante di inglese e di lettere a Napoli per 21 anni, preside a Livorno per 11 anni, e, contemporaneamente, sindacalista della CGIL-Scuola per 20 anni, infine politica del PCI-PDS per 10. Nel settembre del 2000 ho abbandonato in un sol colpo il partito, la politica e l’incarico istituzionale nella Provincia di Livorno, sono tornata in Campania e da pensionata ho creato il sito “L’antro della Sibilla”, che si occupa dei saperi femminili e dell’intercultura.
La sete di saperi femminili è iniziata presto, molto prima che le donne coniassero il termine “saperi femminili”. Nel 1981, nell’Istituto Tecnico-industriale di Pomigliano d’Arco dove insegnavo, arrivarono le ragazze per la prima volta. Erano una diecina, una minoranza nella classe; eppure avevano assunto ben presto un ruolo trainante per la vivacità dell’intelligenza, per la sistematicità del metodo di studio e per il clima di solidarietà femminile che avevano creato tra di loro. Una mattina, non so come, forse per la paura di essere surclassati da giovani donne molto motivate, i ragazzi intavolarono una discussione sulla “incapacità femminile in campo tecnologico-scientifico”. I miei studenti incalzavano le ragazze: ”Come avete voi stesse sperimentato, la parità esiste; tant’è che vi siete iscritte ad un istituto fino ad oggi di soli maschi. Ma ciò non vuol dire che le donne sono fatte per il mondo scientifico. Non esiste nella storia un solo scienziato donna. Ce l’avete un Einstein, un Marconi? E le invenzioni tecnologiche? Tutte maschili, finanche quelle utilizzate da voi donne: il frigorifero, la lavatrice, il forno, la pentola a pressione. Insomma, non avete la stessa intelligenza degli uomini, è un dato di fatto.”
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Fancesca. Superare gli ‘anta e essere ancora “una giovane precaria piena di speranze”

Alla fine pensi di mollare tutto, che hanno vinto loro, che non potrai mai farcela contro i Giganti. Ormai ho superato i fatidici ‘anta e sono ancora una “giovane precaria piena di speranze”!
Ho iniziato con una associazione culturale all’università legata alla sinistra e di lì prima nel sindacato, poi in un giovane pseudo partito nato, cresciuto e con tante belle prospettive, ma una vita brevissima (quella che serviva ai deputati e ai senatori per farsi eleggere). Poi cinque anni alla Camera dei deputati, 7 al Comune di Roma, di cui gli ultimi due come dirigente responsabile dei rapporti con l’Università. Sempre senza nessuno sponsor, nessuno che mi abbia “messo dentro”, ma perché mi sono fatta conoscere per quel che valevo, perché ho sempre onestamente e correttamente lavorato – o almeno ho la presunzione di credere che sia andata così. Mai la strada più facile, mai un riconoscimento in più del dovuto. Ma comunque tanta soddisfazione e l’apprezzamento delle persone con le quali ho direttamente collaborato o comunque incontrato nel corso della mia vita lavorativa.
Ho sacrificato spesso me stessa, il mio rapporto di coppia, sicuramente la mia prima figlia che ho lasciato a soli 4 mesi al nido senza usufruire né di allattamento, né di malattie o altro, per prendere chissà quale medaglia al valore in ufficio! E poi? Un pugno di mosche! Il Sindaco che si dimette, la Giunta a casa e noi pure.
Ma la professionalità e la competenza in qualche modo pagano sempre e così ricomincio dall’Università, tutto daccapo, tutto nuovo: un nuovo incarico, un nuovo ufficio, nuove relazioni da costruire.
E ti devi fare nuovamente spazio e farti apprezzare e però tutto questo è ancora comunque a tempo, con la mannaia che ti resta sopra la testa.
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Elena. Grandi patrimoni da valorizzare per produrre sviluppo

La mia vita è segnata fin dalla giovinezza da una forte presenza femminile.
A causa della prematura scomparsa del papà, sin da bambina assumo come unico punto di riferimento la mia giovane, ma forte madre. Questa esperienza tempra e forgia il mio carattere.
Dall’incontro con mio marito Angelo, nato e cresciuto nel vino, nasce la forte passione per questo mondo.
La mia è stata quasi un’irruzione in un ambiente storicamente monopolizzato dagli uomini. Sin da subito sono riuscita a inserirmi nella famiglia Martusciello, grazie alla consapevolezza della forza dell’”esser donna”, riuscendo così a lavorare insieme con i maschi dell’azienda, che con grande esperienza seguivano da sempre l’attività, e divenendone in poco tempo un punto di riferimento.
Contribuisco alla nascita dell’azienda “Grotta del Sole”, una delle note realtà economiche e produttive del Mezzogiorno, situata nei Campi Flegrei. Il mio lavoro è stato, dunque, quello di alimentare, grazie alla forte affezione per il territorio natio, l’interesse del mondo vitivinicolo su queste preziose aree famose in passato ma col tempo un po’ dimenticate.
Fortemente innamorata della mia terra ho promosso una serie d’iniziative tese a valorizzare il patrimonio storico, culturale ed enogastronomico dei Campi Flegrei in Italia e all’estero.
Ricordo con piacere, in uno dei primi viaggi in Finlandia nel 1993, a Helsinki, l’interesse e la curiosità che riuscii a suscitare in quanto donna imprenditrice e del Sud. Ne parlarono i principali giornali della città, dedicandomi pagine intere.
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Maternità: tra malattia e lusso per poche

Ieri sera è andata in onda la prima puntata dell’inchiesta-reportage firmata da Marina Proietti di Vanguard (programma di Current Tv).
Un percorso attraverso le peripezie delle donne lavoratrici che diventano madri oggi in Italia, una sorta di “viaggio” tra le giovani, spesso precarie, che decidono di avere un figlio. Nei casi presentati non si tratta di gravidanze inaspettate, pericolose, scomode, ma desiderate seppure vissute con grandi timori, angosce per il futuro e con una diffusa consapevolezza di avere di fronte un muro difficile da abbattere e una strada tortuosa dove le indicazioni (provenienti magari dalle stesse isitutzioni) sono quelle di “fare i furbi” e attuare escamotage per aggirare il sistema. Su tutte, esemplare il racconto del consiglio di farsi riconoscere ragazza madre non facendo riconoscere il figlio al legittimo padre, ma solo per avere punteggi più alti al momenti di entrare nella graduatoria per un posto negli asili nido comunali.
Un toccante spaccato del “futuro” dell’Italia, paese dove sempre di più il periodo di gravidanza viene assimilato alla malattia, un po’ a tutti i livelli (un esempio: la recente vicenda delle deputate in gravidanza, presenti al volto dopo dibattiti e discussioni in merito, in Aula il 14 dicembre e su tutti la “battaglia” della depitata Pd Federica Mogherini che ha riportato il problema della tutela della maternità all’attenzione dei media) e forse anche per questo è sempre più difficile “permettersi” di diventare madri.

Il video della prima puntata, dal sito di Current TV

Di questa “Inchiesta italiana” ha parlato anche il Corriere della Sera in due diversi articoli (entrambi di Martina Proietti e Giovanni Pompili):
Mamme e precarie, quando epr fare un figlio servono i nonni, 7 dicembre 2010
Per le neomamme precarie il travaglio inizia dopo il parto, 14 dicembre 2010

Emma. Le conseguenze del dolori dell’infanzia

Ciao,
ho letto qualcuna delle storie pubblicate sul blog. Sono rimasta molto perplessa, mi sono detta: “ed io che ci faccio tra queste persone che per me sono dei quasi marziani?” Una donna in carriera per la quale un eventuale figlio sarebbe un insopportabile ingombro, un’altra che ha la possibilità di spendere una grossa somma per migliorare la sua posizione lavorativa, e così via.
Mi rendo conto di essere diversa ancora oggi, che pure ho già raggiunto la cinquantina, come diversa ero da bambina in orfanotrofio e vedevo le “altre” come marziani.
Certo, la mia storia non fa testo, è una storia limite. Me ne rendo conto ogni giorno. Ciò che per altri è un sacrificio, per me, ancora oggi, rappresenta la felicità.
Ma andiamo con ordine. Come ho già accennato, ho vissuto i miei primi diciotto anni, prima in orfanotrofio e poi in istituti per bambini abbandonati. Allorché, alla maggiore età, mi è stata “donata” la libertà, cioè sono stata “buttata fuori” senza aiuti e senza nemmeno un centesimo in tasca, la mia vita ha preso una piega peggiore, le cui conseguenze piango ancora oggi. Se negli istituti la vita è stata un autentico inferno di violenze e deprivazioni, all’esterno si sono aggiunti i pericoli, i danni, le umiliazione e la brutalità a cui va inevitabilmente incontro una giovane donna, sola, senza alcuna protezione e senza mezzi.
Credetemi, ho “bevuto il calice fino all’ultima goccia”. Due anni fa ho avuto il coraggio di mettere nero su bianco la mia storia. Erano anni che sentivo l’esigenza di rompere il muro di silenzio che nasconde agli occhi di tutti, le sofferenze e le miserie degli sventurati bambini che, senza colpe, sono rinchiusi in istituti-lager, perché considerati dalle pie suore, “i figli del peccato”.
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