Il blog ospita storie di talenti al femminile che raccontano le proprie esperienze tra sogni, aspirazioni e difficoltà quotidiane.

L'iniziativa si inserisce in pieno nello spirito originario di Donne al volante, progetto nato proprio con l'obiettivo di raccontare le donne attraverso le loro esperienze quotidiane che ora, dopo il luogo viaggio attraverso tutta l'Italia, evolve in una piattaforma di confronto in continuo aggiornamento.

Leggete le tante storie e, se volete, raccontate anche la vostra!

Archive for Settembre, 2010

Rosina. Un ricordo dell’Italia: “come è sempre stato”

Mi chiamo Rosa, per tutti sono zà Rosina. Nata a Santa Caterina dello Jonio, in provincia di Catanzaro nel 1926. Avevo dieci anni quando è morto mio padre, ero la grande di tre fratelli, uno aveva un anno e mezzo e l’altro era appena nato. Dopo di questo mia madre si è ammalata di depressione ma fortunatamente per noi, mia nonna ci è stata molto vicina, preparava da mangiare, ci seguiva, poi un po’ alla volta mia madre si è ripresa.
La figura di riferimento per noi era il nonno, un signore alto che aveva con se sempre un fucile perché faceva il guardiano a un marchese e al suo palazzo. Noi avevamo un pochino di terra che coltivava mio padre prima che morisse, il grano, le olive, i frutti e i maiali che avevamo lì ci davano da mangiare. Quando è morto siamo stati a carico dei nonni e abitavamo nel centro del paese, sotto un palazzo baronale. In questo palazzo vivevano il barone e la baronessa, erano anziani e avevano adottato una bambina, Giovanna, che aveva dieci anni, figlia di loro amici di Locri, quando venne io avevo cinque anni e la baronessa mi chiese di stare con lei. Stavamo sempre insieme, la baronessa aveva organizzato nel palazzo una piccola scuola per lei, con una maestra e delle bambine del paese, noi. Eravamo in sei o sette. Quando avevo 15 anni, Giovanna venne fatta fidanzare con un ragazzo un po’ più grande, Vittorio, che era di un altro paese, Cirò, e quando si sposarono lei ci si trasferì.
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Ricatti sessuali al lavoro: una realtà sottostimata

Il tema balza agli onori della cronaca solo in presenza di episodi eclatanti, ma in realtà è molto diffuso sottotraccia. Secondo l’ultimo rapporto Istat, le donne che hanno subito nella loro carriera pressioni sessuali sono 842mila: al 5,9% è accaduto sul posto di lavoro, all’1,7% quando dovevano essere assunte, all’1,7% quando si è presentata la necessità di mantenere il posto o fare un passo avanti nella carriera professionale. In tutto, le donne alle quali è stata chiesta una “disponibilità sessuale” al momento della ricerca del lavoro sono quasi mezzo milione, pari al 3,4%.
Negli ultimi tre anni, secondo i dati raccolti dall’Istat, sono state 227 mila (l’1,6%) le donne che hanno subìto ricatti sessuali; all’1% è stata richiesta la disponibilità sessuale al momento dell’assunzione (per un totale di 140 mila donne), lo 0,4% è stato ricattato per essere assunto (per un totale di 61 mila donne) e lo 0,5% per mantenere il posto di lavoro o avanzare di carriera (per un totale di 65 mila donne).

Viviana. Tutto può succedere. Basta volerlo

Sono nata a Foligno, ma cresciuta pochi chilometri fuori Roma. Qui ho studiato, ma poi mi sono trasferita a Bologna per laurearmi in Scienze della comunicazione e al termine degli studi sono ritornata a casa per accompagnare mia mamma in un periodo di grande difficoltà emotiva causata dai tanti problemi di un divorzio dopo 20 anni di matrimonio, impegnata ormai da qualche anno a rifarsi delle rinnunce accettate senza battere ciglio per tanto tempo. Quelle riunce sono state a volte per il bene mio e di mia sorella, ma molte volte invece imposte da un marito troppo presente, troppo insistente nel ruolo secondario della donna/moglie e troppo incosistente nell’affetto.
Pur nella sua “antichezza” papà è stato - stranamente - molto aperto con noi due, figlie femmine di un uomo con principi a volte del secolo scorso. Tanto che ha sorpreso tutti quando, alla decisione della mamma di dire basta alle continue litigate, alla sua personale lotta per affermarsi: si è trovato a piangere, a riconsiderare i suoi principi fino a ricostruire un rapporto di grande stima e affetto con quella donna per anni sua sposa. Ora addirittura è il suo migliore amico, il suo aiutante se in casa ci sono lavoretti da fare, il suo più attento osservatore.
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Carla. Pur un piccolo, piccolissimo nido. Ma tutto mio

Ciao. Sono Carla, vengo da Milano e ho quasi 36 anni.
Storia “classica” la mia: studi superiori linguistici, università, laurea e master all’estero. Qualche mese di esperienza lavorativa fuori dai confini dopo il diploma di master. Ma un lavoro troppo precario, il visto difficile da rinnovare e una certa coscienza che “no, questo non è il luogo dove vorrei crescere i miei figli, se mai ne avrò”, torno in Italia.
Per fortuna trovo subito un’alternativa e mi metto a lavorare duro, ma i soldi sono sempre troppo pochi e le condizioni mi costringono a vivere con la mia famiglia. Lavoro duro, dunque, e per poche soddisfazioni che a me però bastano, sono un’ottimista in fondo e poi….l’esperienza vale comunque le privazioni!
In questi anni di grande fatica, di tanto dare e poco ricevere, ho imparato a condividere le mie giornate con tante altre giovani donne, in un ambiente creativo e troppo inutilmente competitivo. Insomma, un posto non del tutto sano dove farsi le ossa: non solo invidia, cattiveria gratuita e continui sguardi critici sul come ti vesti, porti i capelli, scegli gli abbinamenti di colore. Eppure non è tutto sempre negativo, infatti si possono anche aprire spiragli di luce nel momento in cui trovi una (o più) chiave di “sopravvivenza” la dove non ti pare che ci sia possibilità di cambiare la cose, addirittura può capitarti di trovare amicizie vere con cui condividere molto più che le ore in ufficio!
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Cecilia. Quali attenzioni per le giovani famiglie?

Mi chiamo Cecilia e sono l’orgogliosa nonna di due bambini: Angelica, di 7 anni, e Angelo, di quattro.
Ho un solo figlio maschio che mi ha dato tante soddisfazioni e qualche pensiero, ma quale figlio non lo fa?
Mio marito, malato da molti anni, ha sofferto tanto, ma non si è mai lamentato della sua sofferenza. Nonostante la sua malattia invalidante non mi ha mai negato un sorriso, un commento ironico al mio affannarmi sempre e per tutti, una frase allegra per farmi e farci vivere con più serenità la sua e nostra situazione. Dopo tutto siamo una famiglia come tante, con la gioia di essere uniti anche magari nel dolore e nella fatica.
Da tempo da pensionata faccio la nonna e la moglie-infermiera a tempo pieno, e ringrazio il Signore della forza che i “miei” bambini mi danno!
Nell’accudire loro oggi, mi ritornano in mente i miei altri “bambini”: sono stata per molto tempo maestra di scuola materna accompagnando quelle piccole creature nelle loro prime socializzazioni, nei, in molti casi, primi incontri con altri bambini. E sono stata la confidente di tante mamme preoccupate per questo o quel problema con il loro figlio o la loro figlia.

Mi rendo conto che oggi, nella realtà in cui viviamo, sto svolgendo un ruolo importante quanto quello di quando lavoravo: dopotutto sono un pilastro per la mia famiglia, anche per mia scelta.
E non credo di essere la sola! Sono tante, tantissime le super-nonne che non solo si prendono incarico di crescere i loro nipoti, ma penso spesso che pur se è questa una gioia immensa, non dovrebbe essere l’unica possibilità di situazioni in cui si è costretti a lavorare lontano dalla propria casa, tornando solo il venerdì sera per poi ripartire la domenica o il lunedì mattina se va bene, e delegare a qualcun altro la felicità di far crescere i propri figli!

Dove sono le attenzioni per le giovani famiglie? Dove gli aiuti per chi è “costretto”, per tenersi il lavoro che ha, a trasferirsi lontano perché la società proprietaria ha deciso di ridurre il personale e di dimezzare gli stabilimenti? Dov’è quella flessibilità di cui si parla da un po’ di tempo? E le garanzie per chi ha voglia di lavorare e si sottopone anche a lunghe separazioni e viaggi in treno o macchina anche solo per sentirsi orgoglioso di far parte del genere umano?

Io continuo a fare la nonna. Mi arrabbio con questa Italia, ma sono solo una vecchietta e posso solo sperare che un domani i miei nipoti possano crescere da loro i loro figli, vivere con loro e andare a trovare i loro nonni (che poi saranno i miei figli tra 20 anni magari) che vivono finalmente sereni, “stabili” e contenti della fatica fatta in gioventù.

Martina. Io quoto sì!

Del perché a vent’anni credo alle quote rosa.

Ho giocato a pallavolo per tutta la vita, o meglio, per la vita che riesco a ricordare, che sono poi i miei vent’anni e che sono poi solo una fetta di tutto quello che ci sarà da fare. Sono nata in palestra, ho trascorso i miei pomeriggi a tirare pallonate contro il muro, fare bagher e palleggi. Allenati e andrai lontano, diceva il papà, l’allenatore e poi pure la mamma quando veniva a vedere le partite. Allenati. Io ora faccio tutt’altro che la giocatrice di pallavolo, ma quella parte della mia storia, la porto ancora tatuata nel cuore. Ho sognato con tutte le mie forze di avere una chanche, una soltanto sui parquet delle serie che contano e pensavo, anzi ne ero fermamente convinta, che se anche i miei allenamenti erano alla palestra dell’oratorio del paese di campagna, quello mica contava, perché se una è brava prima o poi vedrai che la scoprono. I capi della pallavolo, quelli grandi e importanti, girano l’Italia alla ricerca dei talenti e se mai passeranno di qui, pensavo, io sarò pronta. Sta di fatto che non ero poi questo gran talento, ma un giorno loro, i capi della pallavolo, non si sa bene come, di qui ci sono passati e mi hanno catturato e dato una chance.
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Cinzia. Non discriminazioni, ma…limitazioni

Una vita fortunata. Così potrei definire i miei 34 anni fino a qui. O magari ancora meglio: fortunata e audace, si perché nonostante pareri avversi ho sposato il mio “fidanzatino” che conosco dai tempi del liceo quando ancora avevo meno di 24 anni, con lui ho iniziato subito a risparmiare per permetterci di comprare casa invece di spendere per stare in affitto e nel giro di 2 anni eravamo già genitori per la prima volta (di Giorgio) e dopo altri 2 anni della “principessa” di casa (Eleonora).
Marco, mio marito, ha il classico “lavoro fisso”, finalmente in un posto che gli piace, gli da soddisfazioni e lo appassiona. Io….un po’ meno.

Inanello una serie di contratti precari (o come li definiscono nelle terminologie ufficiali “a tempo determinato”) tanto che mi posso definire un’esperta del tema! Ma non mi lamento: c’è chi il lavoro fatica a trovarlo e non ha una casa.
Alla fine a me non manca nulla e, soprattutto, ho la mia famiglia.
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