Il blog ospita storie di talenti al femminile che raccontano le proprie esperienze tra sogni, aspirazioni e difficoltà quotidiane.

L'iniziativa si inserisce in pieno nello spirito originario di Donne al volante, progetto nato proprio con l'obiettivo di raccontare le donne attraverso le loro esperienze quotidiane che ora, dopo il luogo viaggio attraverso tutta l'Italia, evolve in una piattaforma di confronto in continuo aggiornamento.

Leggete le tante storie e, se volete, raccontate anche la vostra!

Archive for Marzo, 2010

Alessia. Una mamma lavoratrice nel 2010 è ancora un’immagine stridente.

Diventare madre per la prima volta a 40 anni è magnifico e sconvolgente. La tua vita così ben organizzata, in equilibrio quasi perfetto fra lavoro, amore, amici, famiglia d’origine, impegni “sociali”, conosce un’improvvisa accelerata esattamente come il tuo corpo in gravidanza che “lievita” prima dolcemente e poi quasi esplode. È molto difficile conquistare un nuovo assetto, bilanciare le esigenze assolute del nuovo nato con tutto il resto. Tutti ti dicono che è il momento più bello nella vita di una donna e che un figlio vale qualsiasi sacrificio: probabilmente è vero (io sono molto stanca ma felicissima!), credo però che in una società meglio organizzata, che ritenga davvero la maternità un valore, di sacrifici potremmo farne meno. Sarebbe possibile non provare quella frustrazione che deriva dal non sentirsi davvero una brava madre, presente e sollecita, e al contempo di non essere più considerata affidabile e capace sul lavoro.

Sono una libera professionista e in teoria ho orari flessibili, anzi, ad eccezione delle riunioni e degli incontri con i clienti, potrei anche lavorare da casa, eppure… Se arrivo in ufficio dopo le 9.30 e me ne vado prima delle 18, il mio capo e i colleghi mi guardano con riprovazione. D’altronde sono anche oggetto di critiche: “Ma come, hai smesso di allattare solo dopo 4 mesi?”, “E il bimbo passa tutto questo tempo con la tata? Poverino!”. Una mamma lavoratrice nel 2010 è ancora un ibrido che non piace, un’immagine stridente.

Certo in una società globalmente più giusta io non dovrei pagare una tata per stare tutto il giorno con mio figlio, mentre i suoi bambini sono affidati per anni (!!!) ai nonni a migliaia di chilometri da qui. In un mondo più equo forse ciascuno di noi potrebbe occuparsi dei propri figli, godere del primo sorriso, della prima parola coniata d’improvviso e regalata al fortunato interlocutore e dei progressi successivi.

Ma una società più giusta deve necessariamente avere più donne nei ruoli chiave: più donne in politica, nei vertici delle aziende. Per cambiare questo modo di pensare, per far sì che ci siano strutture in cui i figli crescono protetti e orari di lavoro che permettano alle donne di essere pienamente madri e di non rinunciare alla carriera. La carriera, che non è una velleità egoistica, è il naturale premio per il tuo lavoro, è l’evoluzione naturale di anni di studio e di impegno, concerne il pieno sviluppo della personalità, è un diritto. Credo che più donne al potere saprebbero realizzare una società più equa e meritocratica, perchè le donne hanno un naturale senso pratico e seguono, nel prendere le decisioni, quasi sempre un principio di giustizia. Guardano al risultato e lavorano per quello senza perdersi nelle lotte di potere. Peccato che, spesso, le poche donne “potenti” finiscano per somigliare al clichè dell’uomo manager: cinico, freddo, calcolatore, sempre di fretta e incapace di umanità.

Questo vorrei dalla politica: che contribuisse a creare le strutture e le regole di una società migliore in cui le donne possano avere “successo” senza dover somigliare agli uomini negli aspetti peggiori. Ma come al solito toccherà a noi donne rimboccarsi le maniche!

Alessia Alderighi, 40 anni, mamma di Lorenzo, 5 mesi, fiorentina, vivo a Roma da 10 anni, laurea in legge, master in comunicazione.

Mita. Una scienziata sociale: la ricerca che genera conoscenza utile per la politica

Sono Mita Marra, ho 37 anni e un bimbo, Nicolas, di 6 anni. Vivo e lavoro a Napoli ma anche a Fisciano, sede dell’Università di Salerno. Sono un’economista con una formazione multidisciplinare ottenuta in Italia –con la laurea in Economia all’Università di Napoli nel 1995– e negli Stati Uniti. Ho conseguito il Master in International Relations alla Johns Hopkins University nel 1998 e il PhD in Public Policy presso la George Washington University nel 2003. Sono ricercatrice di ruolo del Consiglio Nazionale delle Ricerche dal 2000 e collaboro con il Dipartimento di Scienze economiche e statistiche dell’Università di Salerno, dove insegno dal 2003 Analisi delle Politiche Pubbliche. Insegno anche all’Università di Napoli e del Molise e ho tenuto corsi all’Università di Maastricht, alla George Washington University e alla Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione. Accanto all’attività accademica, svolgo consulenza e formazione a livello internazionale. Ho lavorato dal 1998 al 2003 alla Banca mondiale come valutatrice di programmi di riforma del settore pubblico e delle politiche di genere e come esperta di valutazione anche per le Nazioni Unite, il Formez, la Fondazione Brodolini e le Regioni Puglia e Molise.

Sono uno scienziato sociale con una spiccata predilezione per la ricerca tesa a generare conoscenza utile per la politica, l’insegnamento e l’avanzamento scientifico. Il pensiero di Albert O. Hirschman, Herbert Simon, James March, Douglass North e Amartya Sen ha profondamente influenzato la mia comprensione della realtà, offrendomi un metodo di ricerca applicata allo studio dei problemi dei contesti in ritardo di sviluppo e la passione politica per il cambiamento, specialmente del Mezzogiorno d’Italia. L’economia sommersa, la condizione delle donne e le politiche sociali per la conciliazione vita-lavoro, la trasformazione del welfare e la riforma delle amministrazioni pubbliche sono i temi su cui svolgo le mie ricerche, i cui risultati –apparsi in vari articoli internazionali, saggi e monografie– mirano ad informare le politiche pubbliche per lo sviluppo.

Essere donna mi permette di padroneggiare i metodi di ricerca qualitativa: entro in empatia con i soggetti che intervisto e cerco di creare condizioni di fiducia che facilitano la trasmissione delle informazioni e l’espressione delle opinioni e delle percezioni personali. L’ho imparato in Brasile a 26 anni, in missione per la Banca mondiale. Conducevo la valutazione di un programma di formazione internazionale presso l’Università di San Paolo. Il responsabile del progetto, accortosi della frustrazione che provavo nel non riusciere a cogliere i celati motivi dei problemi di attuazione del corso che valutavo, mi chiama in disparte e mi rivela finalmente le cause delle disfunzioni osservate. «Lei mi può capire –mi dice– è una donna che non ha la brama del potere e crede nella possibilità di migliorare le cose….». Quel semplice e forse retorico messaggio mi illumina, mi rende consapevole del mio ruolo non solo di ricercatrice –strumento di raccolta di informazioni sensibili– ma anche e soprattutto di donna situata in condizioni ambivalenti di conflitto aperto o latente. E i fenomeni che studio, dal lavoro irregolare, alla cura delle persone e ai cambiamenti organizzativi, mettono costantemente alla prova la mia capacità empatica, sollecitandomi a combinare il rigore dell’analisi scientifica con la comprensione emotiva –tutta femminile– dei meccanismi che governano l’agire umano, organizzativo e istituzionale.

Essere donna è però anche fonte delle barriere che si frappongono alla mia piena realizzazione come studiosa. L’accademia e l’economia, in particolare, è monopolizzata da professori uomini, che perpetuano una cultura male-dominated nei concorsi per l’avanzamento di carriera e nell’analisi dei fenomeni considerati rilevanti: è un cane che si morde la coda…L’International Association for Feminist Economics (IAFFE), come associazione accademica da tempo infonde il punto di vista femminile nella ricerca e nella formulazione di politiche sensibili alle differenze di genere. Ma la valorizzazione delle diffferenze di genere nelle scienze sociali e nelle politiche pubbliche è ancora troppo poco sviluppata e concretamente perseguita. Chiedo alla politica di promuovere e riconoscere percorsi di carriera accademica individuali, basati sul merito, come quello che ho finora realizzato e aprire nuove strade di avanzamento professionale in ambito universitario, favorendo una cultura scientifica pluralista, sensibile e attenta alle questioni femminili.

Concetta. Le risorse femminili sono un capitale economico e sociale da valorizzare

Donna, moglie, mamma di una figlia, lavoratrice a tempo pieno.

Sono una economista e lavoro dal 1991 a Nomisma, una società di studi economici di Bologna. Mi occupo di politica industriale e assistenza tecnica alla Pubblica Amministrazione per politiche di sviluppo e fondi strutturali; ho ricoperto varie cariche all’interno della società, tra cui quella di Direttore dell’area Laboratorio di Politica Industriale.

Da giugno del 2004 sono stata chiamata dal Presidente Soru per ricoprire l’incarico di Assessore all’Industria con delega all’energia della Regione Sardegna che ho svolto per l’intera legislatura. Ora sono ritornata a lavorare a Nomisma e sono responsabile dell’Unità Sviluppo della società.

Premesso che mi ritengo fortunata perché al lavoro non mi sono mai sentita discriminata in quanto donna, credo anche di essere stata anche agevolata dal fatto che essendo l’unica femmina, in una famiglia di quattro figli, sono sempre stata abituata a farmi rispettare e determinata a voler esprimere le mie capacità. Gli ostacoli che ho incontrato sono stati nel difficile compito di conciliare un lavoro intenso, con forti responsabilità e orari poco prevedibili e l’organizzazione della famiglia, soprattutto da quando ho avuto mia figlia. Quando mia figlia era piccola, nonostante vivessi a Bologna, che è una delle città con il più elevato livello di servizi, non ho trovato posto negli asili nido pubblici; quando poi mi sono trasferita a Cagliari per fare l’Assessore con mia figlia che aveva due anni e mezzo (mentre mio marito ha continuato il suo lavoro a Bologna facendo il pendolare nel week end), dato che non avevo una rete familiare su cui appoggiarmi è stata, soprattutto all’inizio, un’esperienza sconfortante perché non sapevo proprio come fare: l’asilo terminava nel pomeriggio alle 15,30 e ho faticato moltissimo per trovare una babysitter con una disponibilità di orario flessibile di orario, indispensabile per portare avanti il mio lavoro. Sono stati anni complicatissimi, vissuti con la sensazione di un equilibrio sempre in bilico.

Cosa chiedo alla politica per valorizzare i miei talenti e per superare gli ostacoli legati all’essere donna in Italia.

Le risorse femminili sono un capitale economico e sociale che un Paese non miope dovrebbe valorizzare per varie ragioni: finiscono i percorsi formativi con voti più alti, escono prima dalla famiglia d’origine ed è anche ampiamente dimostrato che la parità di genere fra gli occupati favorisce notevolmente l’incremento del Pil. Ma per non disperdere “questo vivaio di talenti” sono necessari livelli di servizi migliori che consentano alle donne di essere messe in condizione di potersi concentrare sul lavoro.

Prima di tutto è necessario disporre di asili nido con rette basse e posti per tutti, anche diversificando l’offerta a seconda delle necessità della famiglia (così come fanno non solo i Paesi scandinavi ma anche la Francia). Inoltre sono fondamentali altri servizi di supporto alla conciliazione lavoro famiglia, come ad esempio disporre di Albi pubblici con i riferimenti delle babysitter qualificate e referenziate. Questi strumenti efficacissimi per gestire anche contrattempi non programmati prevedono un punto di contatto che aggiorna continuamente le disponibilità, in modo da supportare in maniera efficace l’incontro tra domanda e offerta in ogni momento.

Paola. Cultura e politiche sociali non favoriscono in Italia una vera parità

Mi chiamo Paola, sono milanese, ho 44 anni e sono sposata con Ivano.

Dal luglio 2009 faccio il Direttore Comunicazione e Public Affairs di Alcatel-Lucent Italia, una multinazionale che opera nel settore delle infrastrutture per le telecomunicazioni e che – fatto ormai raro in Italia – ha il merito di impiegare circa 800 colleghi nella Ricerca e Sviluppo.

La passione per la Comunicazione nel senso più ampio del termine è “antico”: mi sono laureata in storia contemporanea, ho un master in programmazione neurolinguistica e ho iniziato a lavorare in un grande gruppo nell’area dello Sviluppo delle Risorse Umane per poi approdare dopo qualche anno al mondo della Comunicazione e del Marketing.

Quale valore aggiunto nell’essere donna?

Ascoltare, mediare, negoziare, avere cura dei miei interlocutori e comprenderne il diverso punto di vista. Indipendentemente da alcuni modelli “machisti” che tentano di resistere, credo che si tratti di punti di forza preziosi in contesti organizzativi sempre più complessi e caratterizzati da una molteplicità di relazioni, di culture, di background.

Queste caratteristiche sono più facilmente espresse al femminile, anche se generalizzare è sempre rischioso, e penso seriamente che – unitamente alla passione e alla determinazione che non devono mancare mai - siano requisiti fondamentali di un leader. Non solo dal punta di vista dei valori che esprimono ma anche per la forza che sanno mettere in campo per produrre risultati concreti!

Saper condurre un gruppo a esprimere il massimo di sé, convergere tutte le energie in una sola direzione non è filosofia…è la concretizzazione di un obiettivo e il successo di un progetto.

Ostacoli veri e propri sulla mia strada non ne ho incontrati, o forse non li ho letti come tali bensi come sfide o prove per mettere a frutto i valori e i comportamenti che mi guidano da 20 anni nel mio lavoro. Parola d’ordine? Non mollare mai!

Una cara amica e una manager di successo mi ha detto: ”Sei diventata Direttore…senza bisogno di diventare uomo!”. Credo che in questa battuta ci sia la sintesi di una diversità che deve affermarsi anche attraverso nuovi modelli, nuovi stili, senza omologare se stesse ne’ rinunciare alla propria autenticità, consapevoli del valore che proprio le differenze possono portare in un’azienda.

Le “Donne al volante” sono ancora troppo poche in Italia: la nostra cultura di appartenenza non aiuta e la politica sociale non favorisce.

Alcune aziende, come quella in cui lavoro, cercano di sopperire alle mancanze del contesto attraverso strumenti di flessibilità che sono sicuramente utili ma che non possono da soli risolvere il problema. Molte donne ancora oggi rinunciano ad una parte della propria realizzazione, quella professionale, perchè pagano un prezzo troppo alto in termini di sforzo e di impegno nel cercare di conciliare i diversi aspetti della propria vita. Se l’asticella fosse alla giusta altezza non ho dubbi che sarebbero molte di più le donne a poterla superare senza difficoltà!

Marisa. Impegno per la presenza delle donne nel mondo del lavoro, la loro tutela e per il sostegno alle famiglie

Sono nata nel 1950 e nominata dirigente a 35 anni ho maturato la mia esperienza professionale nel settore dei trasporti internazionali.

Nel maggio 2006 sono stata insignita della Stella al Merito del Lavoro, conferita dal Presidente della Repubblica Italiana ed ho avuto l’onore di ritirare per conto della nostra associazione di Milano e del Gruppo Donne Manager la benemerenza civica dell’Ambrogino d’oro del Comune di Milano.

Mi sono avvicinata all’esperienza di volontariato nel 1997 in Aldac – (Associazione Lombarda dei dirigenti delle aziende commerciali, dei trasporti e dei servizi e del terziario avanzato), ora Manageritalia Milano, e dal giugno del 2000 ricopro la carica di Vicepresidente di Manageritalia Milano (Lombardia).

Nel 1997 ho costituito il Gruppo Donne Manager della Lombardia, che opera all’interno di Manageritalia, e sono impegnata nello studio delle problematiche del lavoro femminile, soprattutto per quanto riguarda l’aumento della presenza femminile nei vertici aziendali e, in generale, la presenza delle donne nel mondo del lavoro, la tutela delle lavoratrici anche dal punto di vista della salute, ed il sostegno alle famiglie.

Personalmente ritengo di non aver mai subito discriminazioni durante la mia carriera professionale e questo sono certa sia dovuto al fatto che i miei superiori hanno apprezzato in me le doti di determinazione, serietà professionale, passione e impegno, nonché capacità organizzative e relazionali, caratteristiche del resto facilmente riscontrabili in molte donne. Solo per merito quindi sono giunta alla dirigenza prima e alla guida di un’azienda successivamente come alter ego del proprietario.

Un comportamento “bizzarro” lo ebbero invece alcuni dei miei collaboratori di sesso maschile, in occasione della mia nomina a responsabile di un settore fino a quel momento affidato sempre a uomini, dimostrando una certa intolleranza nell’avere un responsabile donna.

Ricordo che uno di essi, più grande di me di qualche anno, chiese di essere trasferito ad altro settore mentre un altro, da poco tempo entrato nel mio staff, diede addirittura le dimissioni dall’azienda, convinto che la sua mancata nomina ad un livello e responsabilità superiori fosse dovuta esclusivamente ad un giudizio severo che lo riteneva ancora non maturo per tale posizione.

Ricordo perfettamente che circa tre settimane dopo aver lasciato l’azienda, suonò alla porta della mia abitazione con un bellissimo cesto di salumi (prodotti dall’azienda paterna) pentito per il suo comportamento nei miei confronti e le sue dimissioni e convenendo con me che, effettivamente, necessitasse di maggior esperienza, tant’è che nella nuova azienda si stava muovendo con grosse difficoltà. Appresi successivamente che maturò la sua esperienza in varie aziende e, dopo alcuni anni, lo ritrovai proprietario di una propria azienda e, di nuovo ricordando il suo passato, mi confermò di aver imparato che le proprie capacità devono comunque misurarsi con l’esperienza e questa spesso deve essere conquistata anche con una certa umiltà.

Ma se non ho mai ravvisato azioni discriminatorie nei miei confronti, diversa è stata l’esperienza acquisita nel Gruppo Donne Manager, dove molte donne hanno lamentato di aver subito discriminazioni specialmente nell’avanzamento di carriera, in particolare in alcuni periodi della loro vita, come quello della maternità. Un problema questo a me particolarmente caro per il quale in passato ed ancor oggi mi sono impegnata affinchè, con progetti concreti si possa contribuire a cambiare la cultura nel rapporto tra azienda e dipendente.

Alla politica chiedo sostanzialmente quanto riportato nelle proposte che il Gruppo Donne Manager di Manageritalia ha avanzato sia al Ministero delle Pari Opportunità che del Welfare, vale a dire iniziative concrete per il sostegno delle donne lavoratrici per una maggiore presenza nel mondo del lavoro, convinta come sono che questa non sia solo una questione di pari opportunità ma una necessità sociale ed economica per il nostro Paese, una maggior presenza delle donne nei vertici aziendali, poiché nel nostro Paese il percorso è ancora molto accidentato e al momento, riservato nella maggior parte dei casi, solo a “figlie d’arte”, ed infine un programma articolato che metta al centro la famiglia e la sostenga come cellula indispensabile per la crescita del nostro Paese.

Nicla. Esistono professioni “neutre”. Il talento è dell’individuo, non è maschile o femminile

di Nicla Vassallo
Professore ordinario di Filosofia Teoretica all’Università di Genova

«Filosofo o filosofa? Professore o professoressa? Non saprei. Ci sono parecchie professioni neutre, a cui ci si dovrebbe riferire con termini neutri, a meno di non cadere nella trappola di concepire menti maschili adatte alla filosofia e menti femminili inadatte. In ogni caso, da qualche anno sono ordinario, ovvero ai massimi vertici della carriera accademica, cosicché rido di me dicendo “la mia carriera è finita”. Una mosca (abbastanza) bianca: dato che mi viene attribuita l’appartenenza al genere femminile e che la percentuale degli ordinari-donne italiane rimane risibile, dato che compirò quarantasette anni e che la maggioranza degli ordinari risulta ben più anziana. Insegno con impegno e passione Filosofia Teoretica all’Università di Genova; dedico gran parte del tempo alla ricerca scientifica, con interessi tecnici che vanno dalla filosofia della conoscenza alla filosofia delle donne; scrivo e pubblico saggi, recensioni, volumi in italiano e inglese; si dice che io sia un’infaticabile congressista; i miei punti di riferimento filosofici risultano (quasi) esclusivamente esteri. Preferisco le filosofie internazionali a quelle nazionali, per il loro grande respiro e rigore, non solo perché per specializzarmi ho scelto l’Inghilterra, precisamente il King’s College London. Già, il King’s, un luogo che rimanda con dolorosa immediatezza alla vicenda di Rosalind Franklin e della sua celebre “Photo 51”, la foto ai raggi X della struttura del DNA, di cui è stata “derubata” col seguente risultato: a vincere il Nobel saranno altri, James Watson continuerà a non riconoscere a Rosalind nulla e a denigrarla, definendola una donna frigida e malvestita, lei morirà di cancro alle ovaie a soli trentasette anni. Sebbene non mi sia accaduto nulla di neanche lontanamente simile, credo che questa vicenda rimanga illuminante e che occorra in ogni caso estendere alle filosofe quanto Jocelyn Bell-Burnell, la scopritrice delle Pulsar, sostiene a proposito delle scienziate: si vive da mancine in un mondo sovrappopolato da soggetti che scrivono con la destra. Tra l’altro, magari mancine non lo si è per nulla, eppure si è considerate tali, non solo “bizzarre”, ma anche “maligne, cattive, irregolari, anormali”. A dispetto del fatto che questo tipo di vite mancine vada abolito, poiché rappresenta l’ostacolo principale alla piena realizzazione di sé, ritengo che l’essere donna non porti un valore aggiunto a una professione quale la mia: ci sono filosofi-donne capaci di produrre ottima filosofia e filosofi-donne che ne producono di pessima, come, del resto, ci sono filosofi-uomini capaci di produrre ottima filosofia e filosofi-uomini che ne producono di pessima. In realtà, si dovrebbe evitare che il pessimo filosofo possa pubblicamente filosofare e, più in generale, che chi non dispone di certe competenze e professionalità occupi certi luoghi di cultura e potere. Per valorizzare i talenti, serve saperli individuare, sottraendosi alla lente (deformante) delle differenze sessuali e delle differenze di genere: i singoli individui, con le loro menti androgine, hanno talento, non le femmine e le donne, né i maschi e gli uomini».

www.niclavassallo.net

www.dif.unige.it/epi/hp/vassallo

www.dif.unige.it/index.php?section=57

Maria Eugenia. Dalla Colombia a Pedace: essere protagonista della propria storia e nella propria (nuova) terra

Ciao, sono Maria Eugenia Jimenez nata in una cittadina chiamata Buga in una delle regioni della Colombia. Alla tenera età di 18 anni incontrai nella capitale Bogotà un giovane italiano mobiliere del quale mi sono innamorata e dopo un anno e mezzo di fidanzamento tra lettere e viaggi, abbiamo deciso di convolare a nozze.

Da qui parte la mia storia tutta per amore in Calabria, in un piccolissimo paesino della Sila: Pedace, qui, grazie alle mie capacità relazionali, entrai in sintonia con i suoi abitanti.

Subito iniziai a collaborare nell’azienda di famiglia portando un tocco di femminilità nella scelta degli arredi con un forte incremento di clientela attirata da tanta professionalità ed un modo nuovo di servire il cliente.

Nel frattempo nasce mio figlio Francesco Rota al quale mi dedicai anima e corpo e con tanta fatica sono riuscita ad essere presente sia come madre che come lavoratrice, in verità aiutata dal fatto che casa e lavoro erano nella stessa struttura. Tutto ciò fino a che lo mandai all’asilo comunale, un servizio efficiente del nostro paesino.

Ma nel mio pensiero c’erano altre due cose che desideravo realizzare: il completamento dei miei studi e riuscire ad inserirmi nelle attività della cittadinanza attiva e passiva dell’Italia dove avevo scelto di vivere; perche già da piccola lo volevo fare nel mio paese natale, dunque perchè non farlo anche qui per il popolo che mi ha accolto? Quindi, quando mio figlio entrò alle scuole elementari, decisi di studiare anch’io, completando l’iter scolastico che mi permise di conseguire la maturità magistrale e spingendomi a laurearmi in scienze politiche presso l’Università della Calabria.

Arrivò poi il tempo di dedicarmi alla mia passione per la politica attraverso il coinvolgimento attivo per la fondazione del partito provinciale della Margherita. Arrivò, subito dopo, la candidatura a consigliere comunale di Pedace, grazie alla quale ho avuto modo di constatare con i fatti la stima della popolazione che mi permise di essere la quarta eletta. Dopo un lungo operato nel partito attraversato da consensi nel gruppo e tra la gente, l’assessore Maiolo mi propose la candidatura a segretario regionale per il PD e così spesi il mio impegno per il modello politico dell’onorevole Enrico Letta.

La mia crescita politica affiancò anche quella professionale, per cui intrapresi il praticantato per abilitarmi come dott. Commercialista e iniziai a collaborare con noti studi professionali.

Nel 2004 iniziai a fare un esperienza lavorativa come co-co-co nell’ambito di un progetto equal nel settore mercato del lavoro della provincia di Cosenza dove sono tuttora par-time a tempo determinato in attesa della stabilizzazione. Nel frattempo presi contatti con una società di investimenti immobiliari per Dubay e feci la spola tra Dubay e l’Italia per un anno e mezzo; la società poi mi chiese di rimanere su Dubay ma io come madre di famiglia dovetti rifiutare. Nel 2008 iniziai a collaborare con la Regione Calabria, come esperta in valutazione, per i progetti comunitari nel settore mercato del lavoro regionale.

Vista la mia esperienza come donna, chiedo alla politica maggiore attenzione e maggiore disponibilità economica dello Stato a favore dei progetti e delle iniziative finalizzate ad una piena conciliazione dei tempi della donna tra la famiglia ed il lavoro quali:

* Creazione di asili nido aziendali
* Voucher di conciliazione lavoro e famiglia
* Progetti di tele-lavoro
* Formazione e-learnig
* Corsi professionali di imprenditoria femminile
* Incentivi occupazionali per il reinserimento delle donne fuoriuscite da molto tempo per questioni famigliari
* Maggiori sgravi contributivi per chi assume le donne
* Interventi di carettere sociale per aiutare le donne in difficoltà
* Finanziamenti per l’avvio di nuove attività d’impresa al femminile
* Garanzia di presenza femminile in tutti gli ambiti direttivi e politici (quote rosa)

Queste, in estrema sintesi, sono le COSE CHE CHIEDO ALLA POLITICA!